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STORIA CITTA' DI PIACENZA

 


La città di Piacenza venne fondata nel 218 a.C. da seimila coloni, i quali si stanziarono sulla sponda destra del fiume Po, questi uomini facevano parte della 53esima colonia latina. A questo insediamento venne dato originariamente il nome di Placentia. La città nacque per scopi militari, come avamposto per i successivi ampliamenti verso le terre del nord da parte di Roma. I contatti con la capitale furono consentiti anche grazie alla realizzazione della via Emilia (Aemilia) nel 187 dal console Marco Emilio Lepido, che collegava Piacenza con le altre città della regione: Parma, Reggio, Modena ecc... sino ad arrivare a Rimini, punto d’incontro con la via Flaminia.  La città prosperò in epoca repubblicana ed imperiale, tuttavia non sono ancora stati ritrovati reperti che ne affermino le vicissitudini. Il centro della città romana (il Foro), lo si può individuare ancora oggi nella chiesa di S. Martino. A Piacenza era in oltre presente il più grande anfiteatro romano settentrionale e l’emporium (centro commerciale  e porto fluviale), ma di questi non è stato ancora possibile ritrovarne traccia. Con l’avvento del cristianesimo nel IV sec. d.C. , la città cambiò il suo assetto urbano. Al principio i tempi vennero eretti fuori dalle mura cittadine, le prime chiese furono quella intitolata al santo patrono della città: S. Antonino nel 370, il quale fu un legionario convertito il male fu martirizzato nel 303,dieci anni prima del riconoscimento della religione cattolica da parte di Costantino. A seguire fu edificata la chiesa dei dodici apostoli e S. Maria in Cortina. Nel VI sec. si edificò in città la chiesa intitolata a S. Martino, proprio sull’area del Foro.

Alla caduta dell’impero romano, si susseguirono ondate barbariche, e successioni di poteri come quella Longobarda. Nell’ IX sec., sotto la dominazione dei Franchi, la chiesa cattolica ebbe maggiore influenza sulla città, questo porto ad una nuova edificazione di luoghi sacri e di monasteri soprattutto all’interno delle mura cittadine, collocandosi più precisamente attorno all’area ove sorgeva la cattedrale e la sede vescovile. Successivamente alla costruzione del Duomo, la cattedrale di S. Antonino perse la sua importanza principale. Con l’avvento dell’anno 1000, Piacenza ebbe un balzo in avanti in termini di positività dal punto di vista economico e culturale, che di conseguenza portatò ad un aumento demografico della popolazione. Questa sezione temporale determina un maggiore scambio di merci, dovuta soprattutto alla collocazione di porti fluviali che mettevano in comunicazione le città lungo il fiume Po con l’Adriatico, i quali erano il punto d’incontro per i mercanti, che commerciavano soprattutto prodotti provenenti dall’Oriente, acquistati direttamente da Venezia.

Gli spostamenti di persone e pellegrini incrementarono, in quanto la città si trovava sull’asse della via Francigena, che dal nord porta sino  a Roma passando per Lucca, oltre ad essere un punto strategico per poter raggiungere Genova, attraverso il passo appenninico di Scoffera. Di conseguenza nacquero luoghi di ristoro e di pernottamento, soprattutto attorno ai conventi e alle chiese, a questi servizi si affiancarono anche molte botteghe artigianali, preposte soprattutto a commerciale i loro prodotti con i pellegrini.

L’andamento economico fiorente, fece nascere il ceto medio, che si affiancava sulla scala sociale accanto a quello della nobiltà e alla signoria. La situazione positiva del periodo ebbe anche grande riscontro sulla costruzione di edifici ed ospedali, che vennero edificati un po’ in tutti i quartieri cittadini. Questo andamento positivo si prolungò con la trasformazione della città in comune sul finire dell’XI sec e con l’annessione di Piacenza alla Lega Lombarda contro Federico Barbarossa.
Nel 1221 si insidiò a Piacenza un nuovo ordine religioso quello dei Domenica, i quali si trovarono da subito in conflitto con quello dei Templari, un ordine di stampo aristocratico e guerriero, sui quali ancora oggi sorgono molte leggende. A dividere le proprietà terriere delle due fazioni furono erette tre colonne, delle quali solo una è ancora oggi visibile accanto alla chiesa di S. Giovanni in Canale. Tuttavia il tempio e il monastero dei Templari vennero distrutti e a noi non giunge che un solo frammento di muro incastonato all’interno delle attuali abitazioni.
Tale splendore terminò con il crollo delle banche piacentine nel 1254.
Sempre in epoca Comunale abbiamo la costruzione di un edificio importante per la città: il Comune. L’edificio nacque all’inizio come il simbolo delle istituzioni aristocratiche e mercantili. La città si poneva come una fra le più grandi d’Europa nel XII e XIII sec. grazie anche a numero di abitanti raggiunto, ben ventimila.
Grande importanza economica ebbe anche lo sfruttamento dei canali, oggi tutti interrati, per il funzionamento dei mulini, attraverso i quali si potevano lavorare le pelli e tessuti.
Nel 1254 Piacenza, assieme ad altre città della Pianura Padana, coniò il “grosso” d’argento, il quale si contrapponeva al genovino (Genova) e fiorino (Firenze).

Nel XIII sec. si assistono, all’interno della città, ad una serie di lotte interne, guidate da guelfi e ghibellini, che si contendevano il governo della città.
Nel 1290 scese al potere Alberto Scotto, il quale fece bandire dalla città gli oppositori sia guelfi che ghibellini. Tuttavia i suoi nemici continuarono a bramare la sua morte anche all’esterno della città, aspettando il momento opportuno per colpirlo. Scotto trovò quindi un alleato per coprirsi in parte le spalle, questi furono i Visconti signori di Milano. Per meglio sigillare il loro accordo Alberto corse in aiuto di Matteo Visconti nella guerra contro la lega dei comuni di Pavia, Bergamo, Cremona e Ferrara. Tuttavia la situazione volgeva al peggio quando il figlio di Matteo Visconti sposò Beatrice d’Este, sorella del Marchese Azzo VII. Per risolvere la questione, nel 1302 Alberto si mosse contro Milano assieme a Cremona, Crema, Lodi, Novara e il marchese di Monferrato. La vittoria fu netta e Alberto si ritrovò al contempo signore di Milano, Piacenza, Bergamo e Tortona. Ma il tempo degli allori fu molto breve, infatti nel 1304 fu cacciato da Piacenza e dovette cercare rifugio i quei di Parma. La città passò quindi di mano alla signoria dei Visconti.
Nel 1315 Giangaleazzo Visconti rafforzò la cinta muraria e nel 1373 fu eretta la cittadella. Con la decadenza della famiglia Visconti e con il sorgere della famiglia degli Sforza, la città si affiancò alla Repubblica di Venezia nel tentativo di eliminare la signoria. Questo portò le truppe milanesi nei territori piacentini, i quali furono assediati nel 1447 per due mesi, senza poter ricevere i soccorsi da parte dei veneti, in quanto i milanesi avevano bloccato il fiume e la possibilità quindi di attracco delle galee nemiche. Con l'arrivo della signoria Milanese al potere, i grandi aristocratici riuscirono ad impossessarsi di maggiori poderi e ottenere grandi privilegi, un esempio fra tutti la famiglia dei Landi, i quali costruirono il loro palazzo nel 1453 di fronte la Chiesa di S. Lorenzo. Al palazzo si accede mediante un magnifico portale in marmo scolpito a basso rilievo sorretto da colonne adorne da motivi floreali, sul quale spiccano tre statue di guerrieri e lo stemma dei Landi coronato da piccoli putti. All'interno si colloca un cortile porticato dal quale si accede allo scalone che conduce ai piani superiori. Nel 1578 il palazzo venne confiscato dai Farnese in quanto un membro della famiglia dei Landi fu accusato dell'uccisione del duca Camillo Anguissola nella città Parma. Oggi qui hanno sede il tribunale e gli uffici giudiziari.
Nel 1499 morì Ludovico il Moro ultimo signore di Milano,  e questo vasto territorio fece molto gola sia all’imperatore che al regno di Francia. Quest’ultimi nel primo decennio fece stabilire in città un certo numero di truppe, le quali si abbandonarono a numerose oscenità e disonestà, come documentato da molti cronisti del tempo. Nel 1513 il figlio di Ludovico il Moro, Massimiliano, riuscì a strappare al nemico le città di Parma e Piacenza, che le vendette, dietro compenso, alla chiesa. Tuttavia i possedimenti appena acquisiti dallo stato pontefice tornarono in mano francese, per poi tornare alla chiesa nel 1521. Fu inviato come commissario del territorio Francesco Guicciardini, il quale elaborò la resistenza da apporre contro le truppe di Francesco I.
Nel 1525 i rapporti fra impero e papato si sgretolarono, e a seguito della battaglia di Pavia, fu organizzato lo sacco di Roma nel 1527, con l’assedio di Castel S. Angelo. Dopo questa vicenda Parma e Piacenza passarono definitivamente delle mani della chiesa.

Nel 1534 al soglio papale salì Alessandro Farnese, un personaggio dalle mire espansionistiche, nonché assetato di potere, il quale cercò di scindere le città di Parma e Piacenza in favore del figlio, il quale aveva già acquistato dallo stato pontificio a prezzo di favore Nepi e Camerino. Tuttavia il suo piano non fu da subito realizzabile, in quanto a lui si oppose Carlo V e la camera Apostolica. Nel 1545 il figlio Pierluigi ricevette l’investitura ducale delle due città in cambio della restituzione di Nepi e Camerino. Tuttavia il nuovo Duca ebbe vita breve, in quanto nessuna delle potenze dell’epoca riconobbe il suo ducato a parte Venezia e Enrico II di Francia che prese tempo, di avviso contrario fu CarloV, il quale  diede l’ordine di assassinarlo. Nel breve periodo di vita del ducato Pierluigi cercò di risanare le casse ducali emanando un editto con il quale si costringevano i nobili con una rendita superiore alle 200 lire, dovesse vivere in città, in caso contrario sarebbe scattata la confisca dei beni, uno di questi casi furono i Pallavicino. Fu creato un poderoso esercito combattente e furono rafforzate le difese della città, oltre che per la costruzioni di un nuovo castello, denominato dalla popolazione “castello del diavolo”, a tale opera dovettero lavorare sotto imposizione circa 2000 operai. Questo, assieme alla situazione opprimente delle tasse, fece del tutto sbiadire ogni simpatia nei confronti del duca. Così, a causa del mal contento generale di tutta la classe sociale, che nel settembre del 1547 il duca Pierluigi fu assassinato dagli spagnoli, mentre era in corso l’udienza accordata ai membri aristocratici della famiglia dei Pallavicino, Landi, Anguissola e Confalonieri. Il castello della “discordia” fu ultimato nel 1548 e vi si insidiarono truppe spagnole. Si insidiarono in città la famiglia dei Farnense i quali trovarono una città fortemente difesa da una spessa cortina di mura rinforzata con torrioni e bastioni, queste saranno poi abbattute a seguito dell’unificazione della penisola e a partire dal 1875. Tuttavia i Farnese non riuscirono a rilanciare l’economia della città che rimase legata ai prodotti della terra, in quanto il settore delle manifatture e dei tessuti era in crisi, a causa della impossibilità di competere con i grandi produttori europei. A Piacenza di stanziarono gli ebrei, ma anche esse con le loro attività di prestiti non riuscirono ad attivare quell’ingranaggio per l’investimento nei settori chiave, come invece avvenne in altri paesi, come ad esempio il ducato di Ferrara. Tuttavia il ducato ebbe un lungo periodo di stabilità, che fece crescere il comparto edilizio nel XVI sec., anche se i redditi maggiori erano quelli che si spartivano gli aristocratici.
Nel 1594 morì Ranuccio I , il quale lasciò in eredità al figlio un enorme debito dovuto soprattutto alla dispendiosa vita di corte, nonché al continuo rifocillamento delle truppe imperiali.
Questi furono gli ultimi anni in cui la popolazione ebbe una situazione tutto sommato di tranquillità e benessere, in quanto successivamente si scatenarono le guerre, le carestie e la peste. Di fatti agli inizi del ‘600 iniziarono i nuovi conflitti, dovuti alla spartizione dei territori, uno fra questi era Mantova. L’economia del ducato non risentì, come in altre parti, della peste degli anni 30, infatti la sua economia continuò, anche se a rilento, a fermentare, anche se coloro che ne traevano beneficio sia dal raccolto che dal commercio della seta, erano gli aristocratici e i monasteri. Questo portò all’insediamento in città di nuovi ordini religiosi, e alla  costruzione di nuovi luoghi religiosi come la chiesa di S. Carlo e il suo relativo convento, dove si stabilirono le suore cappuccine; la chiesa di S. Teresa eretta dai carmelitani scalzi, che venne abbattuto solo nel '900 per erigere una unità condominiale.
Francesco tuttavia dovette sostenere anche una situazione politica piuttosto difficile, in quanto sia l’imperatore che il papato avanzavano pretese. Purtroppo il piccolo stato fu invaso dalle truppe imperiali comandate da Eugenio di Savoia, in quanto l’imperatore pretendeva che Francesco di riconoscesse come suo feudatario, da che ero riuscito ad ottenere nuovamente i territori di Compiano e Bardi, i quali per questioni ereditarie erano state traslate dalle proprietà dei Landi ai Doria Pamphili. Con l’affacciarsi sullo scenario politico Europeo di Filippo V di Borbone, insidiatosi al governo di Madrid, ci furono spiragli per nuove alleanze per il ducato, infatti Francesco fece combinare il matrimonio fra sua figlia Elisabetta e principe ereditario spagnolo. Alla morte del duca di Piacenza, subentrò il fratello Antonio, che governò senza alcun freno alle sue smanie di lusso e di feste. Alla morte di quest’ultimo nel 1731, il regno passo nelle mani del figlio di Elisabetta: Carlo. Egli rimase per poco tempo, infatti nel 1734 era già in partenza per Napoli, di cui era diventato sovrano, lasciando quindi il controllo dei territori alla duchessa Dorotea Sofia di Neuburg. Nel frattempo in città il numero degli aristocratici crebbe di numero, grazie alle concessioni di patenti di nobiltà elargite con facilità dietro concessioni di denaro, che contribuirono a sanare le casse ducali, il numero di nobili salì quindi a 2.000 elementi su una popolazione piacentina di 30.000 abitanti.

Nel 1746 si insidiò a Parma il figlio di Filippo V ed Elisabetta Farnese: don Filippo, il quale al suo seguito fece venire a palazzo con se Du Tillot, il quale cercò di risanare le casse ducali, opra mai vuote, attraverso delle riforme: tributarie, agricole e commerciali – industriali. Tuttavia la sua strategia non ebbe buoni risultati, soprattutto quella avviata contro i poteri acquisiti dal clero, in particolare quelli dei gesuiti, i quali detenevano anche il controllo sull'istruzione. Questa ultima mossa gli costò la posizione, in quanto nel 1765 egli fu cacciato da palazzo dal nuovo duca Ferdinando. Tuttavia il governo di Ferdinando fu interrotto dall'arrivo della truppe francesi, i quali requisirono tutto, soprattuto i possedimenti della chiesa. Alla morte di Ferdinando salì al comando del ducato parmense un fedele di Napoleone: il generale Médéric Moreau de Saint- Méry. Il generale operò cercando di far rifiorire i commerci e l'agricoltura. Nel 1801 un gruppo di aristocratici chiese al generale Médéric di poter erigere un nuovo teatro nell'area del Palazzo Landi Pietra, di cui nessuno si curava, in quanto era ora mai in rovina. Fu edificato alle spese di questo gruppo di aristocratici, con l'unica postilla di renderlo pubblico al compimento del dodicesimo anno dalla sua entrata in funzione. Per la costruzione il costruttore si ispirò al modello di quello eretto a Milano : Teatro della Scala, tuttavia si preferì dare più spazio alla platea piuttosto che al palcoscenico, utilizzando una soluzione a ellittica piuttosto che una disposizione a ferro di cavallo come alla Scala di Milano, questo risultato ha tuttavia raggiunto ugualmente un'acustica perfetta. Nel 1816 il teatro divenne pubblico con un decreto di Maria Luigia, che successivamente fu intitolato a G. Verdi. Successivamente si decise di apportare alcune modifiche all'opera del Tomba, come la facciata neoclassica, con doppio portico, ove al primo piano si sviluppa un grande terrazzo, dal quale partono quattro colonne ioniche che correggono un timpano. A conclusione dei lavori la cittadinanza regalò al teatro un enorme lampadario in cristallo in stile greco, che anni dopo fu trafugato e mai più ritrovato.

Tuttavia non fu tutto positivo il governo napoleonico, in quanto le esose tasse che gravavano sulla popolazione, per poter mantenere l'esercito, erano così esose che sulle montagne del piacentino scoppiò una rivolta popolare. Per sedare ogni rivolta, Napoleone inviò il prefetto Nardon a sostituire il generale Médéric. Quando nel 1810 Napoleone scese a Parma per sposare Maria Luigia, trovò la situazione più tranquilla, e con un'economia in ripresa. Con la caduta del marito Napoleone, il ducato di Parma e Piacenza rimase sotto il dominio di Maria Luigia e alla sua discendenza, grazie all'editto di Fontainbleau del 1814, scalzando quindi ogni possibilità da parte dei Borboni di tornane  in possesso. Tuttavia la sovrana dovette sottostare alla condizione di avere una guarnigione austriaca a controllo del Po' , alloggiata prezzo la piazzaforte di Piacenza. Il governo di Maria Luigia fu molto florido, grazie soprattutto al potenziamento dell'agricoltura e dei commerci, dovuti soprattutto alla costruzione di nuovi ponti e strade. Fu emanato un nuovo codice a sostituzione di quello napoleonico, il quale fu preso anche come modello da altri stati della penisola, in oltre fu riaperto l'Ateneo a Parma nel 1811 e fu incrementato il volume numerico dei libri all'interno della biblioteca Palatina. La sovrana morì di polmonite nel 1847, questo fece un grande vuoto nella popolazione, che l'aveva amata e rispettata per il suo buon modo di governare con spirito di moderazione. Successivamente al governo del ducato salì il duca di Lucca: Carlo Lodovico di Borbone, il quale da subito stipulò un accordo con l’Austria, nel quale era sottoscritto che il duca si impegnava a sedare ogni focolare di rivolta. Questo accordo non piacque alla popolazione. Successivamente scoppiarono i moti rivoluzionari a Milano nel 1848, questo ebbe ripercussioni da prima a Parma e poi a Piacenza, nelle quali scoppiarono le rivolte popolari, tanto che la guarnigione austriaca dovette abbandonare il suo quartiere generale e ritirarsi. Successivamente salì al potere Carlo III il quale si operò per promuovere molte riforme, e altre proposte che colpivano direttamente la nobiltà e il clero. La sua corte era diventata così un covo brulicante di cospiratori, i quali non mancarono di cercare di uccidere lo stesso duca, promotrice di tale azione fu la contessa Luisa Maria di Berry, la quale fu subito scoperta, tuttavia l’uccisione del duca avvenne il 24 Marzo del 1854 per mano di un sellaio anarchico. Il processo frettoloso scagionò il giovane e al governo salì la moglie, che tuttavia dovette lasciare nel 1859  il posto al luogotenente Eugenio di Carignano, rappresentate del regno di Sardegna. Con l’armistizio di Villafranca, salì al potere Giuseppe Manfredi, il quale sarà anche il primo componente del senato del regno d’Italia, divenendo conte nel 1911 per volere di Vittorio Emanuele III. Successivamente la città di Piacenza passò ad una economia militare, in quanto tutto attorno si venivano a creare magazzini e polveriere, e molti beni eclesiastici come conventi e chiese, ma anche il Foro Boario, Palazzo Farnese, passarono sotto la proprietà del governo militare. Fu creato infine anche un ospedale militare, queste opere portarono alla crescita della popolazione militare, sino al raggiungimento del 10% della popolazione stessa della città. Nel 1861 la città fu collegata ai grandi centri urbani di Torino - Milano e Bologna, ma questo non fu sufficiente a ridare slancio all’economia che ancora era sostenuta dall’agricoltura. Successivamente quando l’amministrazione passò in mano al Comune, si incominciarono a programmare diverse operazioni di demolizione, per abbattere caseggiati ori alla soglia del crollo e si interrarono i canali che erano divenuti fogne a cielo aperto. Queste opere furono adottate soprattutto per porre un freno contro la disoccupazione, in quanto il rilancio dell’economia non era ancora avvenuto. Furono costruiti nuovi assi ferroviari, furono rase al suolo molte abitazioni per la creazione dei Giardini Pubblici dedicato alla regina Margherita. Sul finire dell'800 fu edificato il Macello Pubblico, ammodernato agli inizi del '900 con celle frigorifere, il quale fu in servizio sino agli anni '70. Con l'introduzione dell'istruzione obbligatoria, nel 1893 fu edificata la prima scuola Elementare, alla quale ne susseguirono altre tre. Nel 1904 iniziarono i lavori per la costruzione di un ponte in ferro che affiancava quello della ferrovia sul Po. Tra il 1870 e 1890 iniziarono a crescere piccole aziende e manifatture nelle zone di periferia della città, le quali puntavano soprattutto sulla lavorazione della seta e sulla creazione di bottoni. Queste medio – piccole aziende furono nutrite grazie ai prestiti concessi dalla Cassa di Risparmio, nata dall'annessione con il Monte di Pietà, per il reciproco mutuo soccorso. Tuttavia la repressione economica che colpì la penisola negli ultimi due decenni dell'800, a causa del crollo creditizio, si fece sentire anche a Piacenza, tanto che il settore da sempre trainante fu ad ogni modo l'agricoltura, arricchita nel frattempo della coltivazione del pomodoro e della barbabietola. Attorno al settore primario ruotavano altri satelliti, i quali si occupavano della trasformazione del prodotto, quindi sorsero nuovi mulini per la macinazione, zuccherifici, industrie della conservazione e caseifici. Nel 1913 fu progettata la sede dell'amministrazione provinciale e delle poste e telegrafi. Tuttavia il servizio offerto non riusciva a essere soddisfacente, tanto che le poste dovettero traslocare in altri locali. Agli inizi del '900 fu costruito un teatro all'interno della chiesa medioevale di S. Ilario, nel quale si trasferì la scuola comunale di musica. Con l'avvento della grande Guerra le industrie belliche producevano a ritmo forzato e questo fu un grande giovamento per la popolazione in termini economici, e alcuni esercizi si trasformarono per far fronte alle esigenze del mercato attuale, come i bottonifici che si misero a confezionare le cartucce. Dopo tale periodo ne subentrò un altro totalmente opposto e negativo, ove la parola fame era all'ordine del giorno, questi furono gli anni in cui il fascismo incominciava a prendere piede, il quale aveva delle linee politiche economiche chiuse e autarchiche, in oltre per rilanciare l'economica del paese, si optò per una politica dei salari bassi che in contrapposizione aveva un forte reddito da capitale. Tuttavia Piacenza non riuscì a beneficiare molto di questi interventi, infatti gli addetti all'agricoltura furono sempre superiore al 50% della popolazione, mentre la restante parte si andava a distribuire fra la produzione industriale e il settore dei servizi, soprattutto quello bancario che stava iniziando a piantare le sue radici. Il regime in oltre volle dare anche un'impronta all'architettura, con uno sguardo alla modernità, fu deciso quindi di abbattere l'isolato di case accanto alla chiesa di S. Francesco per erigere il Palazzo delle Assicurazioni. Nel dopo guerra questo edificio fu utilizzato per insidiarvi il Liceo scientifico Lorenzo Respighi. In oltre il regime fece costruire un quartiere popolare, e disseminò la città di monumenti celebrativi, come ad esempio copia della lupa in campidoglio a Roma. Durante la II guerra mondiale i bombardamenti  furono imperterriti, per cercare di far saltare i ponti sul Po, ma la prima rappresaglia fu più che altro una mannaia di vittime, in quanto le bombe colpirono il quartiere vicino al duomo e la stazione. I bombardamenti si susseguirono fino a quando gli obbiettivi prefissati, i ponti di collegamento, non furono fatti saltare. Con la fine del conflitto la città cercò di tornare alla normalità, già negli anni '50 si registrarono le prime migrazioni dalla campagna verso la città, per poi negli anni '70 passare alle migrazioni di connazionali provenienti da altre regioni, questo portò quindi ad un allargamento dei quartieri verso la campagna.