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I primi insediamenti umani risalgono a
circa 150 mila anni fa, quando le terre emerse erano ancora vicine fra
loro, e l'uomo primitivo poteva facilmente raggiungerle.
La popolazione che qui diede inizio alla
evoluzione della Sardegna, fu la civiltà nuragica, la quale si insidiò sul
territorio già nel 1.500 a.C. , sul quale lasciarono diversi monumenti e
tombe, che ancora oggi vengono scoperti. Questa popolazione abitava in
villaggi formati da circa 100 capanne, a queste concentrazioni minime di
abitanti contribuì anche il territorio prevalentemente collinare e montuoso,
che suddivideva in settori la poca pianura disponibile, in questo modo le
varie tribù non riuscirono a trovare un punto d’incontro per stringere
eventuali alleanze ed unioni. Questa divisione interna, rese facile il compito
agli invasori, che riuscirono a conquistare i territori sardi. I primi furono
i fenici attorno al 1.000 a.C. , i quali provenienti dall’Africa, non erano
molto lontani dalla Sardegna in linea d’aria. Queste terre vennero soprattutto
conquistate per cercare un punto d’approdo e di ricarico di merci per e verso
l’Europa. Da notare in oltre che l’isola era ricchissima di metalli, e i
conquistatori lo sapevano bene. Verso il 500 a.C. arrivarono i Cartaginesi che
costruirono le prime vere città della Sardegna, sparse lungo la costa
meridionale. Nel 238 a.C. i romani riuscirono a colonizzare la popolazione,
mentre dovettero maggiormente insistere con gli insediamenti montani, più
resistenti e duri a vincere. Sotto il dominio romano, la città conobbe una
veloce evoluzione, soprattutto per quanto riguardava i trasporti e le
comunicazioni, la città di Cagliari ebbe un grande risalto in questo, in
quanto molte delle strade confluivano verso di essa.
Con la caduta dell’impero Romano, la
Sardegna continuò a essere sotto il dominio del Sacro Romano Impero d’Oriente,
guidato da Costantino, al quale è anche dedicato un santuario. Nell’anno 1.000
la Sardegna si ritrova divisa in quattro stati, su di ognuno regna un Donnos
(dal latino dominus: signore), che comunque fanno a capo alla famiglia De
Lacon, i quali detenevano il controllo dell’intera isola, e che per meglio
controllarla avevano deciso di amministrarla dividendola in quattro sezioni,
ognuna data ad un parente stretto e fidato. La maggior parte degli abitanti
sono identificati come servi. Nel 1016 venne indetta una crociata contro i
Mori, che razziavano sulle coste del Mediterraneo, le potenze di Pisa e Genova
riuscirono a sconfiggere il sultano Mughaid El-Amiri, questo permise ai
mercanti di poter aprire i commerci con l’isola, prendendo accordi diretti con
le famiglie nobili. A questi si aggregarono anche i monaci che iniziarono il
processo di cristianizzazione, oltre a portare con loro le conoscenze per il
miglior sfruttamento delle terre agricole. Con la fede religiosa iniziarono a
essere costruiti magnifici santuari, molti dei quali dispersi nelle campagne o
a ridosso dei centri abitati. Sul finire del ‘200 Sassari si proclama comune
libero, che tuttavia fu sempre sotto il controllo di Pisa e successivamente
sotto quello di Genova.
Sul
finire del XIII sec. la Sardegna passò in mano a Giacomo II d’Aragona,
tuttavia si dovette aspettare il principe ereditario Alfonso, che qualche anno
più tardi sbarcò sull’isola per porla sotto il controllo della casata, e in
questa operazione trovò un alleato, l’ultimo signore (Donnos) che regnava
ancora su Arborèa, ma quando la situazione sembrava volgere a conclusione,
quest’ultimo ribaltò le carte e fece insorgere la popolazione contro
l’invasore, decretando il “Movimento di Liberazione”. La resistenza durerà
sino agli inizi del XV sec., momento in cui morì l’ultimo discendente della
casata regnante di Arborèa. In questo secolo si avvicendarono una serie di
sciagure: pestilenze, carestie e povertà, le quali si abbatterono sulla
popolazione come una mannaia, assieme alle continue richieste di tasse dei
feudatari e della prepotenza dei funzionari.
Nel XVIII sec. la Sardegna passò nelle mani
dei Savoia, i quali da subito non vollero tenersi quell’isola infetta da
malaria e poco sviluppata economicamente, tanto desiderosa di aiuto, e che di
conseguenza era solo un peso per il Regno. Nel 1743 fu il conte Gian Lorenzo
Bongi che cercò di accrescere le potenzialità di questo territorio, fece
riaprire le università e potenziò l’agricoltura elargendo prestiti. Alla
morte del sovrano Carlo Emanuele III, salì al trono il figlio Vittorio Amedeo
III che liquidò il conte Bongi, lasciando quindi nuovamente l’isola alla
deriva, questo fece sì che i feudatari ancora presenti sul territorio se ne
approfittassero a loro vantaggio, per sfruttare a modo loro le risorse, a
scapito della popolazione. Nell’800 si tenta di far nascere un ceto ancora
mancante in Sardegna: la borghesia agraria. Questo tentativo fu innescato
mediante un editto, il quale decretava che si poteva recintare il proprio
territorio, con muri siepi o fossati; in oltre nel 1836 venne abolito il
feudalesimo. Tuttavia la borghesia agraria non prese piede, ma al suo posto
nacque una classe parassitaria, che si approfittava dei pastori aumentando
loro gli affitti dei pescali. A questo si unì un nuovo fardello molto pesante,
il debito Comunale, il quale fu generato a causa del pagamento dei terreni ai
feudatari da parte dello Stato centrale, e che con un giro contabile fu fatto
finire sul groppone al Comune stesso. In seguito furono aboliti molti diritti
di cui la povera gente ne usufruiva per la propria sussistenza: essi non
poterono più andare a raccogliere la legna, ghiande, funghi allevare maiali e
far pascolare le greggi sul territorio demaniale. Questo fu un duro colpo, che
fece scaturire molti atti di violenza. Sul finire del secolo la Sardegna
affronterà la sua prima grande crisi commerciale, a causa della chiusura dei
rapporti commerciali con la Francia, questo provocherà il fallimento di molte
banche e la chiusura di molte aziende agricole. Questo fece nascere il
fenomeno del banditismo, che si radicò soprattutto nel Nuorese, tanto da dover
intervenire l’esercito nel 1899. Tuttavia a questa crisi riuscì a reggere la
pastorizia, mentre il settore estrattivo si potenziò, nacque così la classe
operaia. Le due città maggiori in questo secolo furono Cagliari e Sassari che
potenziarono il loro prestigio.
Durante il fascismo nascono nuove città a
seguito della politica agraria voluta dal regime, che volle quindi rendere
fertili aree infestate dalla malaria: Arborèa, Fertilia e Oristano.
Nel 1962 si cerca di dare nuovo slancio
all’economia della Sardegna, creando nuovi poli industriali di base a :
Cagliari, Sassari, Oristano, Porto Torres, Olbia; ma purtroppo il mercato in
questo settore fu molto assoggettato alle oscillazioni speculative. Il settore
petrolchimico che alimenta questa fetta di mercato, verrà messa a dura prova
nel 1974, quando ci fu la crisi del Golfo, che portò la Sardegna in una
stagnante recessione.
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