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Caffè Pedrocchi di Padova

Caffe' Pedrocchi

Il Caffè Pedrocchi, situato nel centro cittadino di Padona in via VIII Febbraio al numero 15, era una istituzione per la città, tanto che le sue porte non chiudevano mai, restavano aperte anche tutta la notte, questo gli avvalse l’appellativo di “Caffè senza porte”. Qui si incontravano letterati, docenti e studenti dell’università cittadina, fu presa qui la decisione, partita dagli studenti, di insorgere contro il nemico Asburgico nel 1848. Il Caffè Pedrocchi fu fondato nel 1772 dal bergamasco Francesco Pedrocchi a poca distanza dalla sede universitaria, e fu da subito un’idea che si rilevò una miniera d’oro, tanto che di questo esercizio ne parlò anche Stendhal di passaggio a Padova , paragonandolo in egual misura a quelli di Parigi. Successivamente nel corso dell’800 il Caffè passò in mano al figlio Antonio, il quale decise di ampliare il locale agli edifici circostanti, divenendo proprietario dell’intero isolato. L’elaborazione del nuovo caffè fu affidato a un noto architetto del tempo Giuseppe Jappelli, il quale realizzò una struttura eclettica, che mise in armonia le diverse forme irregolari dei palazzi che componevano la struttura triangolare. Ai locali eleganti furono aggiunti quelli per la torrefazione e tostatura del caffè, la conservazione del ghiaccio e della miscelazione delle bevande, mentre nel nuovo stabile fu realizzata la pasticceria. Nel 1842 fu completato il piano superiore con le sale decorate in stili diversi a richiamo della storia e dell’evoluzione del mondo: sala egizia, sala etrusca, sala greca, sala romana, sala pompeiana, sala rinascimentale, sala morensca, sala napoleonica. Antonio Pedrocchi non ebbe eredi diretti e per cercare di dare continuità all’anima dell’azienda paterna, lasciò in eredità il caffè a Domenico Cappellato figlio di un suo garzone, che egli adottò. Domenico però non riuscì da solo a portare avanti un complessò così vasto, e dovette cedere in gestione le varie parti del complesso “industriale”. Nel 1891 Domenico Cappellato muore lasciando il caffè in eredità ai cittadini padovani, come scritto nel suo testamento, esplicitando la volontà che tale Caffè possa conservarsi in eterno, come i suoi locali attigui e che si dovranno apportare le dovute migliorie per essere sempre icona del tempo e del progresso dei tempi. Durante la prima guerra mondiale la gestione del caffè cade in degrado e parte dell’arredamento disegnato da Jappelli fu disperso. Dopo la seconda guerra mondiale il Comune avvia la ristrutturazione del complesso ad opera del progetto di Angelo Pisani, che ricava una serie di negozi, un locale ad uso telefonico e trasforma il vicolo dietro lo stabile in una galleria, grazie alla copertura in vetro cemento. Fu distrutta parte del ristorante e della sala del bigliardo per ricavarne la fontana bronzea. Successivamente furono apportate anche modifiche interne che indignarono molti cittadini Padovani, e che fece rimanere perplessa la Sovrintendenza ai monumenti, in quanto fu sostituito il celebre bancone in marmo con uno moderno e le cartine geografiche alle pareti (dove il sud era rovesciato verso il nord) furono sostituite da specchi. Tra gli anni del 1980 e ’90 il Caffè rimase chiuso e solo nel ’94 fu presa la decisione di ripristinare lo stabile prima dei devastanti lavori intrapresi nella metà del ‘900 dal Pisani, che avevano compromesso l’essenza dello stesso Caffè Procchi. I lavori terminarono nel 1998, si riportò in oltre il vecchio bancone in marmo alla sua collocazione originaria, e furono restaurate le tre sale principali come erano all’epoca dell’Unità d’Italia: Sala rossa, la sala verde (quella più grande) e la sala bianca (è ancora conservato il foro di un proiettile sparato dagli austriaci contro gli stendenti in rivolta). Oggi presso il piano nobile, dove si trovano le stanze intitolata alle varie epoche storiche, si trova il Museo del Risorgimento e dell’età contemporanea, qui è collocato anche il ritratto del fondatore del Caffè: Francesco il figlio Antonio e il successore adottivo Domenico Pedracchi.